Fabio Armani - Gong, Nicht mehr für Ohren

Pentalogos
Autore

Le due composizioni "Gong" e "Nicht mehr für Ohren" sono state realizzate come un'unica opera che nasce dal suono/concetto di un colpo di gong. L'esplosione sonora improvvisa e la vibrazione del metallo, che da risonanza diviene spazio e silenzio, si trasformano e trasmutano in più dimensioni percettive e razionali contemporaneamente come i versi del poeta Rainer Maria Rilke o i suoni di strumenti acustici metamorfizzati.

Dopo il rintocco iniziale, è nel silenzio che il suono del gong vibra nel nostro pensiero, diviene misura della memoria e dello spazio. La nostra percezione diviene l'io stesso, la coscienza: quasi un orgasmo sublimato dei nostri sensi e del nostro intelletto tesi a captare il nulla, lo spazio, l'assenza.

In "Gong" l'uso della voce recitante, mediante l'elaborazione digitale, diviene il suono dello strumento stesso, eco e premonizione di parole che ruotano come un pensiero attorno all'ascoltatore e nello stesso tempo rimandano ad una forma archetipa di antifona tra un coro omofono che declama la parola gong ed un esile voce recitante che esplora i versi del poeta.

Da un punto di vista formale la composizione "Nicht mehr für Ohren" ha una struttura ad arco, circolare che può essere considerata come la dilatazione temporale del suono del gong stesso.

Partendo dal silenzio creato al termine della poesia (oltre il limite del nostro pensiero raziocinante) ecco che il pezzo musicale inizia con suoni di frequenza estrema, quasi al limite della percezione umana. Nella regione sonora compresa tra bassi e acuti estremi prodotti dal suono di un pianoforte, non vi è nulla se non il vuoto del nostro pensiero, del nostro senso dell'udito proteso a cogliere le vibrazioni e risonanze interne della materia, del metallo e del legno stessi.

Presto la tessitura sonora, così come lo spazio metafisico della composizione, si popola di presenze, di ectoplasmi sonori che lentamente invadono la scena e da massa informe divengono musica: il canto di una voce, alcune note di sassofono o solo la parvenza di esse, respiri e frammenti di versi straniati della poesia di Rilke.

Come nella risonanza del gong si hanno onde di dissonanza e battimenti di frequenze consonanti che mutano costantemente fino a svanire, così il suono della composizione si trasforma continuamente in immagini sonore decontestualizzate, afoni sembianti di melodie ed improvvise esplosioni di masse acustiche, e di dissonanze che rapidamente dileguano divenendo solo ricordo di se stesse.


Entrambe le composizioni utilizzano unicamente strumenti acustici (piano, gong, tibetan cymbals, violin, cello, soprano and tenor saxophones, flute and clarinet) e il suono della voce come materiale di partenza. Ne gli strumenti ne la voce vengono utilizzati in maniera convenzionale, i suoni che ascoltiamo sono suoni di frontiera, quasi assenza di suono. Il pianoforte viene percosso come un gong, la sua cassa di risonanza diviene la dimensione acustica da cui tutti della composizione i suoni emergono e naufragano. Le corde vengono strofinate e urtate da oggetti eterogenei (un pettine, una matita, bicchieri, dita, retaggi di cultura …) e nell'elaborazione elettronica metamorfizzano in altri sembianti: divengono suono di gong, violino, voci.

Anche i suoni del violino ed il violoncello vengono decontestualizzati mediante coltelli e cassette inserite nelle corde, il suono è un suono ai confini della percezione tra rumore e silenzio in un limbo che può permettere ad una nota di sassofono di trasmutare in respiro e in parola, in frammenti di una poesia forse.

Le tecniche di elaborazione digitale sono state utilizzate con lo scopo di creare un suono materico in cui la percezione è continuamente ingannata (rimandata ad un'altra immagine, illusione) nel continuo ribaltamento di ruoli tra sfondo ed immagine, tra significato e significante, tra parola e silenzio.

"Nicht mehr für Ohren" è stato composta come complemento, sintesi e/o dicotomia sonora per le opere visive "Circostanze" di Karpüseeler, "Piano afono" di Alessandro Algardi ed "Ecce Homo" di Simona Palmieri e come sonorizzazione della video installazione "Silenzio" di Marco Zanuso.

Tutte e quattro le opere possono essere considerate come simboli esse stesse dell'assenza e rimandano al concetto di vuoto e di silenzio. Ed è in questa percezione vuota dello spazio che si ha l'affinità con le composizioni musicali.

Note di: Fabio Armani